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la fascia costiera toscana nell'era della globalizzazione

 

 

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Per leggere il testo integrale del nostro documento sullo sviluppo economico locale clicca qui.       Di seguito pubblichiamo il punto 1.1.

 

 

 

 

1. La crisi globale e le sue manifestazioni sul territorio.

 

1.1.  La necessità di nuove regole per governare la globalizzazione.

 

Oramai da diversi mesi non viviamo tempi facili; o normali. Il mondo intero è attraversato da una crisi profonda e traumatica. Nell’occhio del ciclone c’è stata la finanza internazionale la quale è implosa - 15 mesi fa -  per una gigantesca quantità di prodotti tossici che essa stessa ha messo in circolazione da anni e da cui è stata travolta. La crisi finanziaria non è venuta a caso. Ha avuto, dopo un lungo periodo di incubazione,  il suo epicentro negli Stati Uniti d’America, ma - come un lampo - si è estesa con grande evidenza in tutto il mondo e in Europa anche se con impatti differenziati.

 

La crisi finanziaria internazionale già da tempo ha determinato un grave processo di recessione economica la quale si concretizza in una evidente contrazione della base produttiva e occupazionale, nella chiusura di numerose fabbriche e imprese, nella riduzione del reddito di chi lavora o di chi è in pensione, nel peggioramento generale delle condizioni di vita, nell’aumento della disoccupazione e, infine, nella diffusione di un senso di insicurezza e preoccupazione che non risparmia nessuno.

 

Nella diversità dei contesti storici e degli stessi effetti, la comparazione è con la grande crisi del 1929.

 

Questa crisi era prevedibile e inevitabile poiché l’illusione di creare nuove grandi quantità di denaro limitandosi a mobilitare soltanto le quantità di denaro già disponibili - magari inventando con la finanza creativa sofisticati prodotti finanziari - alla lunga non regge. Prima o poi il castello di carta cede. Perché - e questo appartiene ai fondamentali - la ricchezza materiale e immateriale delle Nazioni si crea soltanto con la produzione, con il lavoro, con la ricerca e l’innovazione, con la creatività e il sudore, e con i giusti commerci. La finanza è insostituibile; ma in funzione dell’economia reale. Se la movimentazione sui mercati dei cosiddetti prodotti finanziari diventa l’attività prevalente, più redditizia, di comando sull’economia basata sulle attività produttive reali, allora il pericolo di crollo diventa effettivo; perché il sistema prima o poi diventa incontrollabile ed anche perché, in un meccanismo economico già di per sé perverso, si fanno avanti comportamenti - come effettivamente è avvenuto - di egoismo, di avidità, di cupidigia, di disonestà e anche di vera e propria criminalità.

 

Porre l’accento sulla intrinseca deformazione presente nei processi di finanziarizzazione della globalizzazione naturalmente non ci deve far dimenticare, come hanno evidenziato i più acuti economisti, che la degenerazione finanziaria avvenuta è anche la conseguenza di difetti e limiti strutturali dell’economia reale quando questa ha permesso, nell’Occidente più industrializzato e in primo luogo negli Stati Uniti d’America all’epoca della Presidenza Bush, che si realizzasse nel tempo una gigantesca redistribuzione delle risorse a favore delle classi sociali più forti; che le remunerazioni dei grandi manager arrivassero a 500 volte il reddito medio di un lavoratore o che il lavoro umano diventasse un fattore secondario da rendere sempre più flessibile, precario e sostituibile con le delocalizzazioni industriali.

 

La crisi è stata l’espressione di un mondo senza regole adeguate e ispirate ai principi della razionalità e della democrazia. La destra ha sempre insistito sull'idea che il mercato da solo era garanzia del benessere, che non avesse bisogno di regole, di lacci e lacciuoli.

 

Le cose non stanno affatto così.

 

La destra  ha eletto il mercato a dogma indiscutibile; invece la sinistra  ha sempre difeso un mercato disciplinato, in cui lo Stato fissa le regole, indica gli obiettivi strategici, esprime gli indirizzi di fondo.

 

Le lezioni della storia di questi ultimi anni ( le bolle speculative, la crisi finanziaria globale e le sue pesanti ripercussioni sull’economia reale e sugli esseri umani, l’emergere delle cupidigie, i gravi squilibri sociali e geografici ) confermano la falsità dell’ideologia della destra che idolatra senza alcuna visione critica la capacità di autoregolamentazione del mercato, mentre, al contrario, rilanciano l’ispirazione e i valori della sinistra, di una sinistra moderna e di governo, imperniati sull’idea base che il mercato è indispensabile sempre però all’interno un contesto di regole, di indirizzi, di comportamenti. Anche all’interno di un sistema di valori etici come hanno evidenziato non soltanto i più recenti documenti della Chiesa cattolica, ma anche autorevoli settori ed esponenti dell’imprenditoria italiana.

 

Peraltro solo con regole certe è possibile una vera concorrenza - e, quindi, un vero mercato -  dove possono operare, senza asfissie monopolistiche o violazioni della legalità, i diversi operatori economici.

Per questi motivi le forze riformatrici e progressiste mentre da una parte sottolineano la necessità di un presenza diretta e fondamentale, anche se in forme non esclusivistiche, dello Stato in alcuni servizi pubblici fondamentali ( la scuola, la sanità, la sicurezza dei cittadini ed altri ancora ); dall’altra parte, operano per una liberalizzazione o per una nuova disciplina di segmenti e di servizi dell’economia e della società  oggi pesantemente compressi da chiusure neocorporative e particolaristiche.

 

In altre parole una economia sana e vitale, oltreché libera, si basa sulla valorizzazione del lavoro e dell’impresa. 

 

Nell’immediato sul piano internazionale diventa assolutamente necessario definire al più presto le nuove regole dei mercati finanziari e dei rapporti commerciali e, al tempo stesso, favorire lo sviluppo di un processo di governance democratica della globalizzazione procedendo anche con gradualità in questa direzione.

 

Subito, comunque, si deve affidare un nuovo ruolo alle Autorità internazionali esistenti e, in questa ottica,  rilanciare davvero il ruolo politico dell’Europa.

 

La nuova Presidenza USA di Barak Obama, nel giro di pochi mesi, ha segnato una profonda svolta negli assetti internazionali che vanno nella direzione di una nuova governance mondiale. Ci sono quindi nuovi spazi e nuove possibilità per l’Europa. Se questo non avvenisse il vecchio continente perderebbe un’occasione storica. La partita è del tutto aperta. La forte presenza del centrodestra nel Parlamento europeo da poco eletto indubbiamente non facilita i compiti che ci stanno davanti; con l’intelligenza politica, però, l’ampio e articolato schieramento democratico e progressista può incidere davvero nelle cose e negli orientamenti.

 

Oggi, per i dati oggettivi disponibili e per le valutazioni della maggioranza degli analisti, la crisi finanziaria del mondo sembra in fase di avanzato superamento; ma non mancano, a questo proposito, le voci di chi mette in guardia rispetto a eccessivi trionfalismi che sottovalutano la possibilità della nascita e dell’esplosione di nuove bolle speculative.

Un segnale in tal senso è rappresentato dalla nuova crisi finanziaria di poche ore fa esplosa a Dubai.

 

Nonostante i segnali di ripresa che pure si stanno manifestando in modo particolare in alcune aree geografiche del mondo, la crisi economica, invece, non è stata ancora superata; mentre oggi si avvertono più di ieri i contraccolpi della stessa crisi economica sul lavoro, sui concreti rapporti di lavoro  e sul tessuto civile e sociale.